“Solo un telefono che squilla”

Squilla il telefono, il trillo è acuto, pungente ma nessuno lo sente. Non lo sente la mamma esausta dalle fatiche domestiche con a seguito il piccolo nel passeggino, non lo sente il custode della facoltà di Economia dai piccoli occhiali color verde mela sempre staccati dalle orbite, non lo sente il punk con lunghi dread viola e fucsia con il labrador senza guinzaglio ma dal collare borchiato, non lo sente il motociclista dal pesante giubbotto di pelle nonostante i quasi quaranta gradi, non lo sente la signora addetta alle pulizie con in mano con lo strofinaccio della polvere e tanta voglia di tornare alla cura di marito e figli. Invece lo sente la maestra in gita scolastica al museo archeologico con la preferita I° A e l'irrequieta II° E, lo sente il fornaio con la cesta delle pagnotte calde ma bruciate dal maldestro aiutante, lo sente la postina con la borsa stracarica di lettere ancora da consegnare e il serbatoio del motorino senza più benzina, lo sente lo chef della cucina del Tiffany Cafè mentre sforna la quiche con erbette e quattro formaggi, lo sente l'infermiere in pensione che ancora a domicilio si presta per iniezioni e medicamenti. Ma è un caso, solo perchè è oggi. Potrebbe essere l'opposto domani. Esattamente l'opposto. Una volta attento uditore, l'altra inerme e impassibile. Oggi. Forse anche domani. E viceversa. Chissà.

Ritrovo queste righe dall'apparente non senso. Sono state scritte una notte, figlia di una serata bighellonante in chiacchiere strascicate, tra risate e riflessioni malinconiche. Pensieri a voce alta, confusi, divertiti, fino a toccare quei vortici rassicuranti dell'oblio percettivo, nella più ù devota ammirazione di una tavola cosparsa da stoviglie sporche, brandelli di grigliate e mezze bottiglie di Barbera. Una cosa era certa. Nessuno tra i presenti, un po' per la stanchezza, un po' per la leggerezza con cui aveva alzato il gomito, aveva le forze fisiche o mentali per capire se quei lunghissimi - la distorsione percettiva li mostrava lunghi a dismisura - contenitori in vetro per sostanze liquide fossero mezzi vuoti o mezzi pieni. In momento di maggiore lucidità sarebbero state viste e pensate per quello che, in fondo e semplicemente, sono: bottiglie. "C'è anche un proverbio", pensai a voce alta dentro di me, "in versione del bicchiere...ma quando è che un bicchiere è mezzo vuoto e quando mezzo pieno?"Non mi seppi rispondere e al momento non mi detti alcuna risposta. Gli ospiti se ne andarono, l'ingranaggio isterico del mio cervello ebbe modo di so ff ermarsi inquieto, equamente, perfettamente e superbamente convinto di aver catturato la suprema Verità delle Verità, senza capire che era l'estasi dell'attimo ad ingigantire percezioni e pensieri. Forse era stata anche un po' colpa di quella citazione estratta dal liberculo del Fausto Demiurgo e donata in visione solo poco prima dal vicino di casa. Lì E.M. Cioran si dice: «La realtà mi da l'asma». Consonanti e vocali che così composte m'inflissero una sorta di colpo, come una spada di Damocle caduta ed irrevocabile. Restava che la mente se ne stava andando a zonzo libera e il chiodo del mio cruccio mentale era fisso su quanto la realtà sia, in realtà, ubiquità . Lo stesso, ci sono e ci saranno due realtà, insieme e in contemporanea , lì e qui, da quella parte e dall'altra: le due facce della stessa stracitata (e sulla-bocca-di tutti) medaglia annullano qualsiasi possibile dualità, lo stare ora nel dove e ora nel quando, il lì e il qui, annullando l'aut/aut, il quello o questo. Continuavo a fissare le bottiglie. Mezze vuote e mezze piene. Mi misi al computer. Prima di partorire qualcosa di davvero valido si conficcarono sulla tastiera queste righe, e l'inizio di un qualche perché ha inizio: «Squilla il telefono....» e via e via.Ritrovo adesso, in qualche primordiale cartella del mio computer queste parole scritte quando non potevo capire a cosa potessero essere utili. Adesso lo so.

Cambio scena.
Starsene per lungo tempo rinchiusi in una sala prove, ovattati dalla sinuosa noia dei rumori, protetti come in una capsula di vetro, lontani da un martellante svincolarsi tra essere e apparire. Che tu sia studente, infermiere, dark o notaio, un giorno sentirai quel maledetto drin, un altro giorno invece - magari proprio quello seguente - neanche ti accorgerai della presenza di chi, a soli pochi metri, ti sta gridando: "Ma non senti che il telefono sta squillando da più di un'ora?" In una sala prove rumori esterni al bunker della registrazione non sono captati, sono bloccati da uno spessore creato apposta per impedire che altri suoni facciano irruzione. Allora sì, che potrà essere sfoggiata la scusa che il telefono non si sente, di sicuro il suo trillare è solo l'ultimo dei pensieri. La concentrazione è alta, il gruppo ha intenzioni serie, non c'è tempo da perdere, il cd dovrà essere una bomba, "ragazzi mettiamocela tutta".   Ognuno suona e da il proprio meglio, chiuso in questo nido-guscio dall'estasi nirvanica. Tra una timida sperimentazione e un accattivante progredire, l'unico vero scopo non è altro che accavallare errori, possibilità, circostanze che solo fino all' attimo prima non esistevano. E poi ci siamo. Ora X. Arriva il momento più atteso, si entra in scena. Arriva lui, il signore per eccellenza: il concerto. Il debutto, la messa alla prova di fronte al pubblico. Il confronto con i fans, gli appassionati, i collezionisti dell'orgasmico incontro di voce e note. Si sta per iniziare, il clima è incandescente, le prove sono terminate. Adesso non è più uno scherzo, una prova. Sì, proprio lei, la prova . Non esiste inizio di alcun concerto senza che prima ci sia stato un dovuto&doveroso sound check. Che tu sia Bono, Nino Carotone, Michael Clapton, Leone di Lernia, Mc Cartney, gli Articolo 31 o Cristina D'Avena.

ll sound check resta.
Sound check: rappacificata certezza, sollievo generante che allieta e placa gli spiriti. Un valido sostituto a farmaci e tranquillanti, l'autoconvinzione che gli imprevisti accadono e accadranno - comunque - in ogni caso le precauzioni sono state prese, con tanto di preparazione. Una prova generale, quella che in teatro si completa con gli abiti da scena già lavati, rimodellati, stirati, nella spasmodica attesa di calcare il palcoscenico di fronte al pubblico della grande Prima. In musica: bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Il musicista ormai sa cosa propone, si conosce e conosce i suoi testi, gli accordi, le sintonie, i barrati, gli attacchi, i bemolle, ma di niente potrà mai essere certo. Non potrà mai avere la sicurezza che il resto che lo accompagna gli sarà fedele durante la performance.

Cambio scena.
Inutile girarci attorno. Raggirare, non dire, preannunciare a metà o cos'altro vogliate pensare. E' una mostra fuori dai canoni canonici e canonicamente adibiti ai circuiti del baracacconante carozzone chiamato arte&dintorni. Perchè rinunciare di   far scendere nell'arena le geniali bestioline con pennello, macchina fotografica e telecamera, seguiti a sua volta dalle euforiche cellule neuronali   dalla continua e isterica fibrillazione? Non ci penso neanche. Accetto l'invito e invito a mia volta. Perchè a questo giro l'artista si traveste da semibenefattore, chi sa o finge di esserlo sul serio, chi si racconta e per farlo si distacca da una sua creaturina solo per il generoso atto di donare. Qualcosa di buono ne deriverà di sicuro. Chi ha detto che l'arte - oltre che ad alimentare la sua fame di fama, proprio come una attricetta di nome Lilly che si dimena da un teatrino all'altro di periferia per raccapezzare qualche applauso a destra e a sinistra, magari anche solo per la soddisfazione di trovarsi in camerino un mazzo di fiori spelacchiati, comprati in qualche autogrill o da qualche ambulante da marciapiede -   non si possa dare una mossa per fare qualcosa (più o meno) buono? Il bicchiere resta sempre mezzo vuoto e mezzo pieno.

Ognuno avrà da dire la sua solo per il gusto di farlo. E perchè ci sia qualcuno lì pronto a contraddirlo. Energie che si consumano, ognuno certo che la Verità sia nei propri capienti tasconi - perchè chi ha tale arroganza pensa sempre che anche le tasche siano più grandi rispetto alle altrui. Ma intanto il sound check ha inizio, tanto è solo una prova e tanto l'arte resta sempre arte.

Marta Casati